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“ANCHE AI TOPI PIACE GIOCARE A SCACCHI”

di Paride Masacci

A chi, come me, è appassionato di scacchi e al tempo stesso di fantascienza, con l'aggiunta magari di trovarsi già diversi annetti sul groppone, il nome di John Brunner dirà senz'altro qualcosa. John Brunner, scomparso prematuramente nel 1995, è stato uno dei più importanti scrittori di fantascienza britannico. Ha scritto diversi romanzi che sono diventati dei veri e propri classici del genere, i più famosi dei quali sono stati pubblicati per la prima volta alla fine degli anni sessanta e all'inizio degli anni settanta. I suoi temi preferiti riguardavano problematiche ambientali e politico-sociali: basterà per tutti ricordare i due maggiori capolavori: “Stand on Zanzibar” (Tutti a Zanzibar) del 1968, e “The Sheep Look Up” (Il gregge alza la testa) del 1972.
Ma un suo romanzo notevole: “The Square of the City” (La scacchiera) del 1966, pur essendo anch'esso incentrato su temi politico-sociali, pone gli scacchi come perno degli avvenimenti, e questo lo rende doppiamente interessante per gli appassionati di quel particolare sottogenere. Lo scenario in cui avvengono i fatti non è altro che lo svolgersi di una partita a scacchi (realmente giocata fra Steinitz e Chigorin), dove i personaggi rappresentano i singoli pezzi della partita, e vengono eliminati dalla storia esattamente quando il pezzo da loro rappresentato viene mangiato nella partita. Il protagonista della vicenda, poco prima della fine del romanzo, scoprirà di non essere altro che un Alfiere.
Non è però mia intenzione soffermarmi a parlare di John Brunner o dei rapporti proficui fra scacchi e letteratura, su cui esiste già una cospicua bibliografia che io conosco soltanto in minima parte e su cui dunque non sarei competente a discettare con sufficiente cognizione di causa. Ho citato John Brunner perché ha scritto anche un breve racconto, intitolato semplicemente: “I giocatori di scacchi”, che un tempo suscitò la mia curiosità e su cui vorrei invece trattenermi.
Prima però di procedere oltre desidero compiere delle precisazioni. Ho letto questo racconto più di trent'anni fa, se non addirittura quaranta. Quando gli anni aumentano, e si è sicuri che quelli che rimarranno da vivere saranno molti di meno di quelli già vissuti, il passato si vede attraverso una scala logaritmica, non più lineare, di conseguenza è molto più difficile stabilire i tempi esatti in cui si è svolto un evento lontano. Non si confonde più un giorno con un altro, ma un anno, se non un decennio, con un altro. Quindi non posso stabilire con sicurezza quando ho letto questo breve racconto.
Prima di accingermi a scrivere questo pezzo, sono andato nel mio garage-biblioteca (dove tengo i libri acquistati meno recentemente) per cercare il libro che conteneva quel racconto e rileggerlo,  onde rinfrescarmi la memoria. Sapevo che era stato pubblicato o su un vecchio Urania o su un vecchio Galassia, ma non ricordavo se facesse parte di un'antologia di vari autori o se fosse stato messo in appendice a un romanzo (non necessariamente di Brunner). Quindi i volumi da controllare erano centinaia. Di fatto, non sono riuscito a rintracciarlo. La mia biblioteca (se sia un bene o un male è difficile stabilirlo) è come il gonnellino di Eta Beta, il simpatico extraterrestre amico di Topolino e ghiotto di naftalina; contiene tutto, ma non di rado non riesco a trovare, al contrario di Eta Beta, quello che mi serve.
Tutto questo per dire che quanto segue si basa esclusivamente sulla mia memoria che, come amava dire Borges, è porosa all'oblio e quindi, anche se nelle sue linee essenziali la storiella è chiara nella mia mente, non escludo imprecisioni o deformazioni involontarie. Chiedo venia a coloro che avessero letto recentemente questo racconto e notassero incongruenze con quanto esporrò.
Anticiperò subito la conclusione a cui voglio giungere. La mia tesi di fondo (ampiamente soggettiva e discutibile) è che Brunner, la prima  volta che si è  recato in un circolo di scacchi, ne sia rimasto così traumatizzato (paradossalmente non senza implicazioni ironiche) da essere indotto a scriverci sopra una storia sulle impressioni ricevute.
La trama è molto semplice. Il portavoce della storia (che identificheremo come  il narratore) ha fra le sue conoscenze un frequentatore assiduo del circolo di scacchi della città dove entrambi risiedono, forse il segretario o il presidente, uno comunque che all'interno del club ha una funzione importante. Noi, d'ora in avanti, lo identificheremo come il segretario. Il narratore gli comunica che un suo amico scienziato ha fatto una scoperta strabiliante che, oltre al suo valore intrinseco, è strettamente connessa con il gioco. Vorrebbe di conseguenza accompagnare una sera lo scienziato al circolo affinché questi mostri la sua scoperta ai vari soci ed essi gli diano poi la loro opinione in proposito.
Ottenuto naturalmente il permesso e fissata una data, senza tuttavia suscitare alcuna curiosità nel segretario, il narratore accompagna la sera concordata l'amico scienziato al circolo. Questi ha portato con sé uno strano congegno e una gabbietta contenente un topolino.
Quando fanno l'ingresso al circolo, nessuno, tranne il segretario, presta loro attenzione. Nessuno fa caso allo strano apparecchio dello scienziato né alla gabbietta contenente il topo. Tutti sembrano assorti in vaghi lambiccamenti cerebrali, comportanti, di riflesso, strani contorcimenti del corpo e delle mani, mantra incomprensibili sussurrati con un filo di voce,  discettazioni teoriche sulle mosse migliori da eseguire, accompagnate da esclamazioni di indubbia potenza evocativa. Sono i due nuovi entrati, in effetti, a rimanere sconcertati.
Dopo aver presentato lo scienziato al segretario, il narratore espone per sommi capi la grande scoperta che li ha condotti fin lì. Il suo amico scienziato, dopo numerosi tentativi infruttuosi, è riuscito a far nascere un topo dall'intelligenza non comune; un topo che, addestrato con la speciale apparecchiatura da lui congegnata, è in grado di giocare a scacchi. E ora sarebbe ansioso di far fare al suo preziosissimo topolino una partita con qualche membro del circolo.
Il segretario non mostra né alcun segno di incredulità, né di curiosità per la proposta appena ascoltata. Si sente però in dovere, prima di prendere una qualunque decisione, di coinvolge nella discussione un paio di altri responsabili. Dopo un breve dibattito fra loro gli scacchisti sembrano  propensi a non volere compiere l'esperimento. I presenti, affermano, sono tutti forti giocatori, mentre non c'è alcuna prova che il topo lo sia. La partita, in tal caso, non susciterebbe alcun interesse.
Sia il narratore che lo scienziato rimangono allibiti; non si attendevano certo una risposta del genere. Il narratore tenta un abbozzo di reazione, sottolineando che non è quello il punto in questione. Qua c'è un topo che sa giocare a scacchi, non si tratta già di per sé, se la cosa potesse essere provata, di un avvenimento sensazionale? Ma si sente rispondere, con sempre meno interesse da parte del trio scacchistico, che il fatto di essere un topo non lo rende automaticamente un buon giocatore.
Il narratore e lo scienziato, dopo ulteriori quanto inutili insistenze, decidono di gettare la spugna perché non riescono in alcun modo a convincere gli scacchisti della natura eccezionale dell'evento. A sentire le loro spiegazioni, sembra di essere a un convegno di marziani. Il topo, ribadiscono, prima di ottenere il diritto di giocare con qualcuno dei presenti, deve dimostrare di essere un forte giocatore. Ha vinto o ha ottenuto qualche buon piazzamento in un torneo? Ha acquisito una qualche qualifica? Ha compiuto qualche rilevante scoperta di interesse teorico? Queste sole sono le credenziali che occorrono in quel circolo per giocare, L'essere topo non è una credenziale.
Nel nominare ricerche di interesse teorico, sia nel narratore che nello scienziato si riaccende per un attimo il lume della speranza. Essi  affermano quasi all'unisono che il topo ha analizzato a fondo il confronto fra Alfiere e Cavallo nelle posizioni più varie per stabilire in modo definitivo quale dei due pezzi abbia maggior valore ed è pervenuto ad alcune notevoli conclusioni.
A questo punto un silenzio glaciale cade nella sala. Tutti interrompono le partite in corso e si avvicinano interessati allo scienziato, scrutando con attenzione la gabbietta contenente il topo. Se  una cosa del genere avesse avuto un fondamento, allora quel topo si sarebbe effettivamente dimostrato un soggetto affascinante. Forse valeva la pena indagare. La curiosità, da nulla che era, sale alle stelle a velocità vertiginosa. Profluvi di domande si rovesciano a catinelle sullo scienziato e il suo mentore.
Dove sono registrati i risultati di quelle analisi? Su una qualche rivista specializzata o direttamente sull'apparecchio che lo scienziato custodisce con tanta cura? E' possibile vederli, testarli? Qual è il verdetto finale del topo sul rapporto di forza fra Alfiere e Cavallo? Esiste un algoritmo definitivo che consente di risolvere quell'annosa questione? Il topo lo ha trovato?
Non ricordo in che percentuale il topo, tramite la speciale apparecchiatura, valutasse il rapporto fra l'Alfiere e il Cavallo. Doveva essere all'incirca fra il 55 e il 60 per cento a favore dell'Alfiere. Comunque un dato statistico, non una precisa formula matematica, sostenuto però da ottime argomentazioni. Nonostante questo, fatto sta che, dopo una accanita discussione in proposito, i dubbi crescenti sulla validità dei risultati ottenuti dall'animaletto provocano il crollo della curiosità intorno al suo caso, gli animi si raffreddano di nuovo e, di conseguenza, esso (forse sarebbe meglio usare, considerata la sua non comune intelligenza, il pronome egli, ma non ne faremo una questione di principio) non ottiene, con grande sconcerto del narratore e dello scienziato, la possibilità di cimentarsi neppure in una singola partita con il meno forte dei presenti. Ognuno ritorna al proprio posto ostentando la massima indifferenza e narratore e scienziato devono rinunciare ad ogni ulteriore tentativo di pubblicizzare l'incredibile capacità dl roditore e andarsene, come si suol dire, con la coda fra le gambe.
Mi sembra che lo scienziato, appena fuori dal circolo, faccia allusioni ben poco velate sulla estrema stranezza dei suoi frequentatori, domandando infine al narratore se per caso quegli individui non provengano da un altro pianeta. Al che il narratore gli risponde, con una sorta di consapevole rassegnazione, garantendo che si tratta solo di giocatori di scacchi.
E qui ritorno alla mia tesi essenziale. Brunner, in una sua visita estemporanea a un circolo di scacchi, (non ho informazioni su cui basarmi per sapere se ne fosse un abituale o almeno sporadico frequentatore, ma supporrò che non lo fosse) rimase traumatizzato (la parola è un po' forte, forse eccessiva, ma mi piace pensare in questi termini) nel trovarsi davanti le persone più strane che avesse mai incontrato, il cui metro di giudizio sfuggiva alle usuali categorie mentali, e si è divertito (e probabilmente anche sfogato) a trasfigurare questa sua esperienza in un breve testo. Aveva ragioni da vendere nel sostenere la sua tesi? O sono io che esagero la portata di quello che in fondo è soltanto un raccontino, concepito magari in un giorno di svago dalle sue prove ben più impegnative? O proietto su di lui esperienze che sono state più mie che sue nella mia gioventù, quando ancora frequentavo più o meno regolarmente un circolo? Penso che ognuna di queste tre affermazioni (che non considero vere e proprie domande) contenga un nocciolo di verità.
Sono davvero i giocatori di scacchi fra le persone più strane di questo mondo? Certo sono molte le cose che li accomunano agli artisti e agli scienziati, altre categorie di individui che all'uomo comune appaiono bizzarre. E sono convinto che esista un rapporto abbastanza stretto fra creatività e follia (dove quest'ultimo termine va considerato nella sua accezione positiva), rapporto che accomuna queste classi di persone. Avrei molte cose da raccontare a questo proposito, ma abuserei un po' troppo dello spazio concessomi e della pazienza dei miei eventuali lettori. Forse lo farò in un successivo articolo. E' dunque ora che mi congedi.
Concluderò quindi questo pezzo con un consiglio rivolto a tutti i segretari dei circoli di scacchi. Qualora si presenti presso la loro sede un tipo un po' strambo con un topolino o un qualunque animale in grado (secondo lui) di giocare a scacchi e desideroso di fargli fare una partita, lo si accontenti. Il rischio di essere presi in giro è altissimo, ma, comunque sia, si trascorrerà una serata diversa dalle altre, il che, considerata la monotonia in cui siamo quotidianamente immersi, non è poi tanto male. Che poi sia più folle rifiutarsi di far giocare un topo perché non è detto che, essendo topo, sappia di conseguenza giocare bene a scacchi, o accettare di farlo giocare, questo non saprei proprio dirlo. Ma, se accetteremo la seconda opzione, almeno non correremo il rischio di essere giudicati degli snob.
 

   

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